Perché me ne vado dall’Italia? Un esempio.

Ormai non è più un mistero che sto definitivamente lasciando l’Italia alle mie spalle. Ho deciso di trasferirmi a Los Angeles dove mi hanno offerto un lavoro stabile, abbastanza sicuro e dove, nel peggiore dei casi, trovare un nuovo posto di lavoro non sarà estremamente difficile.

Volevo però lasciare un esempio del motivo per cui me ne sto andando. Si tratta di un esempio probabilmente chiaro in mente a tutti i colleghi, liberi professionisti e non, ma che forse non è così chiaro ai miei clienti, o a quelli che non hanno mai provato a gestirsi da sé.

Da quest’anno (2012), sono uscito fuori dal cosiddetto regime agevolato per le nuove iniziative. Visto che sono categorizzato libero professionista, tra le altre cose, questo significa che da quest’anno sono soggetto a ritenuta d’acconto. Cosa significa? Significa che il 20% dell’imponibile invece di essere pagato a me viene pagato direttamente allo stato tramite un modulo F24.

Ora, fino allo scorso settembre, la ritenuta d’acconto corrispondeva esattamente all’IVA: 20%, quindi era dannatamente semplice: se fatturavi €100, l’IVA era di €20, la ritenuta di €20, quindi venivi pagato direttamente l’imponibile. Il cliente poi pagava l’IVA direttamente allo stato.

Quando poi l’IVA è stata alzata al 21%, la ritenuta d’acconto è rimasta la stessa (20%), il che significa che su €100, l’imposta è di €21, la ritenuta di €20, e io vado a ricevere €101. Anche se non sembra questa gran differenza, questo 1% di differenza causa più mal di testa per i sistemi contabili che altro. Considerando che questo ottobre l’IVA aumenta ulteriormente, si tratta di un’ulteriore perdita di tempo solo per adeguare il software di fatturazione.

Okay ora sapete cos’è la ritenuta d’acconto, ma perché la considero forse il problema principale per cui lascio l’Italia? Entriamo nel dettaglio. Tra le altre cose che faccio, mi occupo di sistemistica, su Windows. Questo significa che spesso i miei clienti hanno bisogno di antivirus. La mia scelta ricade su Avira e per questo mi sono iscritto come rivenditore presso Achab che rivende le licenze in Italia.

Ora come funziona tutto questo? Il prezzo della singola licenza del prodotto che suggerisco solitamente, Avira Professional Security, è di €26,30 più IVA. Avendo venduto abbastanza licenze da qualificarmi quale rivenditore, ho raggiunto uno sconto del 20%, il che porta il prezzo che pago ad Achab ad €21,04 più IVA, ovviamente.

Ora ci sono due opzioni: posso fornire la licenza come parte di un servizio di assistenza, o posso rivendere la licenza di suo. Inizialmente la mia idea era di usare la prima opzione, ma ho visto che non sempre è una cosa che i clienti apprezzano. Quindi dopo un paio di mesi ho deciso di fatturarla semplicemente nel dettaglio quando sistemo i loro computer.

Ovviamente però quando lo metto in conto, i clienti non sono contenti di pagare il prezzo di listino, vogliono almeno un minimo di sconto. Il risultato è che finora il mio listino indicava la licenza a €25 più IVA, uno sconto del 5% rispetto al prezzo di listino. E fino a prima della ritenuta d’acconto, non era un problema: i miei clienti mi pagavano €30,25 a 30 giorni, io pagavo €25,46, con carta di credito, facendo il possibile per andarla a pagare dopo che fossi stato pagato.

Cosa succede ora? I miei clienti mi pagano €25,25 a 30 giorni, ma io devo comunque pagare ad Achab, con carta di credito €25,46. Anche a fare in modo di venire pagato prima di pagare il saldo della carta, rimango comunque scoperto di 21 centesimi. Non è molto, ma come si può notare, più clienti ho, più anticipo i soldi. Ovviamente non è con queste licenze che sbarco il lunario, sono solo un modo per fornire un servizio migliore ai miei clienti, ma dopo un po’, se i clienti mi chiamano solo per le licenze (e uno c’ha provato), io arrivo in perdita.

Aggiungiamo i problemi quando i clienti pagano in ritardo, e quindi io devo pagare gli interessi di scoperto alla banca… e quest’anno onestamente non avrei potuto sopravvivere con la partita IVA aperta, credo sia logico.

Updated to Typo 6

While the dependency trouble I wrote about is not entirely solved yet, I’ve been able to update to Typo 6, mostly because I didn’t want keep running the ancient version I was, now that I have a clear sight of most of which packages require the most work.

Most importantly, since I wanted to spend some extra time writing a couple of plugins for Typo (in particular something to submit posts directly to Flattr, rather than using the auto-submit URL — this would mean reducing the amount of work the blog has to do, in regard to rendering the single article), I wanted to do so with a modern version of the package, not one still based on Rails 2.3 and so on.

There are a few changes to my theme with this version, by the way: I’m now using a few more HTML5 features, such as the <article> tag. Unfortunately validation still fail right now because it’s not XML-based enough (validator does not seem to allow you to register new namespaces, such as the CreativeCommons or OpenGraph ones), and it does not allow one to use RDFa types, suggsting to use a different schema (which is not available to use). All in all my answer to this is “oh well”.

The page works with Chrome, Firefox and Safari and that usually is good enough for me; I’ll try to fix it up if other browsers make a mess of it but I don’t think they will. I guess it’s going to be tricky this way for a while.

Anyway, this is it for today.

Telecom Italia, il Registro Pubblico delle Opposizioni, e l’utente

Sorry if this post is written in Italian, but it is related to an Italian issue and makes little to no sense for anyone who doesn’t speak Italian, so …

Spero che questo post possa essere d’aiuto ad altri, ma temo che possa solo mostrare una situazione che non può essere risolta in maniera semplice e soprattutto non da singole persone. Ma cominciamo dall’inizio.

Quando ho iniziato ad avere contatti da parte di clienti, datori di lavoro e pure amici senza dover disturbare i miei genitori, oltre che poter fare e ricevere telefonate anche quando mia madre fosse al telefono per ore con le sue amiche, ho deciso di prendere una numerazione VoIP personale da usare come “numero di ufficio”. All’epoca la scelta più economica e comune era Skypho di Eutelia che poi è stato semplicemente rinominato in Eutelia VoIP.

Sono anni che uso quel numero, e per un certo periodo (e anche ora in realtà, ma per poco), quel numero è stato presente nell’elenco telefonico, senza consenso alle chiamate commerciali. Fino a poco dopo aver aperto partita IVA, ho usato il numero per qualsiasi comunicazione che mi chiedesse un numero diverso dal mio numero di cellulare.

Purtroppo Eutelia ha sempre avuto un sistema VoIP pessimo, e mentre all’inizio era accettabile, ad un certo punto è diventato così fastidioso che ho deciso di spostare il mio numero ufficiale presso un altro provider, gestito da un mio amico e collega. E ancora purtroppo, Eutalia non permetteva la portabilità dei propri numeri di telefono, ancora più un problema perché un numero 0418 è riservato ad operatori non-Telecom. Quindi per non dover aver a che fare con il server SIP di Eutelia, l’unica mia scelta era quella di trasferire le chiamate verso il nuovo numero, il che significa che ogni chiamata trasferita era pagata, d’oh!

Ad ogni modo, già un anno o due fa cominciavo a ricevere chiamate da Telecom Italia proponendomi di rientrare in Telecom (dopo che l’avevo già fatto!), o di prendere contatto col nuovo responsabile di zona (che non esiste visto che ormai Telecom Italia usa agenzie da un bel po’ di tempo). Per un po’ hanno anche provato a propormi di riportare quel numero a Telecom (ogni volta che dicevo loro che quel numero non era Telecom), anche se sapevo benissimo che, essendo la decade otto (0418) riservata ad operatori diversi da Telecom, non avevano la minima chance di portar dentro il numero anche se fosse stato loro possibile avere accordi con Eutelia per farlo.

Alla fine, il numero è stato portato fuori da Eutelia, ed è controllato dal mio provider preferito, grazie ai nuovi regolamenti entrati in vigore a Febbraio 2011, che obbligano i gestori a fornire la portabilità dei numeri non mobili per i propri utenti. Questo significa che non ho più bisogno di effettuare trasferimenti di chiamata per tutte le chiamate, ma faccio comunque trasferimenti di chiamata quando non sono in casa (o per meglio dire in ufficio), in modo da non perdere le chiamate ma di riceverle invece sul cellulare.

Il problema è che dall’anno scorso, ogni due settimane, ricevo una chiamata di Telecom Italia: il copione è cambiato nel tempo, prima proponendomi di rientrare in Telecom, poi di passare a TIM, e ieri hanno iniziato con il “le facciamo sapere le nuove tariffe perché è un cliente di lunga data senza mai cambiare operatore” (prima dell’anno scorso, l’ultima fattura di Telecom che possa trovare, decisamente non intestata a me, è del 2001 o giù di lì). Tra l’altro, da un po’ di tempo a questa parte le chiamate arrivano con un caller ID 191, come se arrivassero dal call center di Telecom stessa.

Con il nuovo operatore ho richiesto di non essere aggiunto in elenco, principalmente perché per essere messo in elenco avrei dovuto pagare extra, e non ha né senso né importanza per me farlo. E appena ne ho avuto notizia ho iscritto il numero al registro pubblico delle opposizioni che permette di indicare espressamente una numerazione come una da non chiamare. Secondo il loro stesso status check, questo risulta convalidato da almeno il 27 Maggio 2011.

Ieri mi sono stufato, dopo aver ripetuto all’operatrice, stizzito, che non mi interessa e che non desidero essere richiamato per l’ennesima volta (no, non è la prima volta che glielo dico!), ho preso e chiamato il 191 (dopo tutto riportano quello come numero di arrivo). Spiegata loro la situazione, mi hanno indicato principalmente due possibili strade per gestire la cosa:

  • chiedere al mio fornitore di aprire un reclamo presso il Ministero (dello Sviluppo Economico, suppongo), indicando data e ora dell’ultima chiamata, e richiedendo una verifica della concessione del call center;
  • inviare a Telecom Italia direttamente un reclamo, se ho un’idea di quale agenzia stia utilizzando il call center.

La prima strada è un po’ scomoda, principalmente il mio fornitore mi ha risposto che preferirebbe non aprire il reclamo, perché altrimenti la prima risposta è un contro-reclamo verso di lui a cui deve difendersi. E questo potrebbe non portare a nulla di buono perché ci sono un po’ di metodi per girare attorno al problema e chiamare lo stesso anche se il Registro dovrebbe evitarlo.

La seconda.. dovrà aspettare almeno settimana prossima perché sono correntemente senza stampante (la mia si è rotta e il mio fornitore me ne sta cucendo una “semi-nuova”). E quindi ho provato ad optare per una terza strada.

Primo punto, credo di sapere quale agenzia sia coinvolta. Perché lo scorso luglio, nella speranza di far smettere queste chiamate (e con la scusa che ne avevo in effetti la necessità), ho preso appuntamento per “passare a TIM” (in realtà, mi servivano solo due SIM, una per questo portatile e una per l’iPad — mentre Tre è decisamente la più conveniente, TIM ha una copertura maggiore, e questo la rende insostituibile in certe situazioni). E mi han fornito subito appuntamento con un agente di zona. Ora, che questo appuntamento abbia creato un gran elenco di altri problemi è indubbio, ma il fatto che non mi abbiano fatto richiamare significa che lavoravano direttamente con l’agenzia di questa persona: Serenissima Informatica di Padova — sì son passato al name and shame e ora capirete perché.

Come dicevo, c’è stata una lunga serie di problemi relativi alla mia richiesta di due SIM; basti sapere che alla fine ho dovuto aspettare un mese esatto per avere TIM sul mio iPad. Per questo motivo ho il numero dell’agente sottomano per chiamarlo subito. Peccato che ieri non abbia risposto subito e abbia dovuto richiamarlo oggi; per fortuna si ricordava di me e del casino che era successo. Okay, partiamo bene. Continuiamo male però: perché invece di interessarsi direttamente, la sua risposta è stata abbastanza evasiva, dicendo che ci son tante agenzie a Padova, che anche se smettessero loro inizierebbero le altre e via dicendo. Diciamo che non mi ha convinto troppo.

Alla fine eravamo rimasti d’accordo che gli avrei mandato una mail con il riassunto del problema, il mio codice utenza per RPO, e che l’avrebbe girata ai suoi responsabili. Peccato che … la mail che mi ha lasciato sul biglietto da visita non esista. Il dominio che mi ha fornito non risulta neanche intestato alla stessa agenzia. Evviva.

Il risultato? Per ora aspetterò che il mio fornitore metta in produzione il nuovo sistema, che include una blacklist configurabile per le chiamate, in modo da bloccare le chiamate che paiono arrivare da 191. Tanto comunque lascio sempre il mio numero di cellulare come primo contatto, il numero dell’ufficio è un fallback se questo non fosse disponibile perlopiù.

Gold readiness obstacle #6: more versioning trouble

And let’s keep talking about gold and the issues I’m encountering trying to build Gentoo with it. Waiting to see if glibc will ever get to implement the base versioning or if Ian would like to implement default versions I’ve found a third problem with the versioning support.

The problem, which I’ve reported as Sourceware bug #12893 as of today, is displayed by the libdebian-installer package: somehow the link editor is reporting two duplicated symbols… in the same source file. At first I thought it was some nasty bug with the link editor’s internals; what I found instead was a curious setting fort the source code itself.

What happens is this: one source file defines a function (with an additional alias, let’s ignore that for now); then it also uses the already described .symver directive to provide an alias which has a version:

int di_system_prebaseconfig_append (const char *udeb, const char *format, ...)
{ /* doesn't care about its body */ }

__asm__ (".symver di_system_prebaseconfig_append,di_system_prebaseconfig_append@LIBDI_4.0");

Do note that the original symbol is not marked static, which means it is also exposed as a base version. This by itself would be just fine, if it wasn’t that said source file is compiled into a translation unit, which is (indirectly, but I’ll simplify) used to produce a shared library. Said shared library uses a link editor version script to set the symbol/version pair of various symbols, like it is often done by properly-designed shared objects.

What becomes a problem is that the symbol’s name is also listed in the version script; which means the link editor will take the unversioned (base) symbol, and label it with the designed version (LIBDI_4.0)… causing two symbols with same name and version to be created. It should appear obvious that something’s wrong with the logic of this whole situation.

Why does this not cause a problem with the old bfd link editor? I’ve got no idea, although I can possibly speculate on the fact that the two symbols not only have the same name and version, but also the same address, which is likely to give the link editor enough clue to simply disregard the duplicate. On the other hand, the solution of this should probably be applied to the libdebian-installer package, the design of which I know nothing about; it might have been intended to support both shared and static linking, but it would look quite strange even in such a case.

At any rate, I’ll have to wait for Ian to express his opinion, and in the mean time I’ll be catching up with a few more buggy packages. I guess I don’t have any hurry, given that libtirpc is not fixed after all as it still reports missing symbols, but it does so only on glibc 2.14, which means that the main tinderbox won’t be able to be of much help for a little while.

Non riesco a credere alle Poste Italiane

Lo so, ormai scrivo in italiano solo per lamentarmi delle Poste e delle pubbliche amministrazioni, ma che ci posso fare?

Oggi mi sono arrivate le due assignment form di Free Software Foundation – ho deciso di completare le pratiche di copyright assignment per poter far applicare un po’ di modifiche a GnuPG e libgcrypt principalmente per quel che riguarda Copy-on-Write e PIE – e devo rispedirle in America. Non sapendo quanto debba pagare di affrancatura, volevo provare ad utilizzare i servizi che Poste Italiane dovrebbe mettere a disposizione a professionisti e piccole-medie imprese; dopo tutto ho una partita IVA, no?

Avevo già sbattuto la testa contro la loro registrazione che, come Libero Professionista, mi chiede l’iscrizione ad un ordine professionale… peccato che, come la stessa Wikipedia ripete l’iscrizione ad un Ordine fa decadere l’idea stessa di Libero Professionista. Complimenti alla sagace conoscenza della materia legale italiana di Poste Italiane, come sempre! L’ultima volta mi avevano consigliato di rivolgermi ad uno dei tanti centri “PT Business” negli uffici postali; peccato che l’ufficio più vicino a casa mia che fosse aperto nel pomeriggio è stato chiuso; e l’ultimo a cui sono stato per pagare il Passaporto non ha più il servizio imprese. E si tratta delle poste centrali della zona di Venezia dove dovrebbero esserci tutte le imprese (Marghera)! Complimenti.

Okay, vista la difficoltà di registrarmi come si aspettano loro, ho provato ad aggirare il sistema e dichiararmi “Perito Industriale”… dopotutto, il diploma di Perito Capotecnico ce l’ho. Interessante, non mi chiede un numero di registrazione ad albo, in questo modo. Riesco ad arrivare a compilare il modulo con i miei dati e… “Caratteri non validi nel campo Cognome”.

Già, perché il fatto che io mi chiami Pettenò lo trasforma in un problema per un sistema incompetente come quello di Poste Italiane. Grazie, grazie di cuore, eh. Okay, utilizzo il metodo Trenitalia (che per qualche ragione gestisce molto bene gli accenti, infatti li trasforma, nei sistemi non-Unicode-compatibili, in una sequenza di carattere e accento), e inserisco il cognome come “Petteno`”.

Ora si lamenta dell’indirizzo, indicando che “Mestre” e “30174” come CAP non vanno d’accordo. Peccato che il mio indirizzo ufficiale, per comune e Poste Italiane sia “30174 Mestre, VE”! Inserendo 30175 che, in teoria, si riferisce alla parte opposta della città, pare accettarlo.

Il risultato però è un idiotissimo nome utente “diegoelio.petteno`.peritoindustriale” usato anche per l’indirizzo e-mail … sì giusto per non confonderlo, facciamolo capire: questi idioti di Poste Italiane (e sto facendo loro un complimento) copiano pari pari il carattere ` (backtick — codice ASCII 0x60) da nome/cognome al nome utente creato, e creano un indirizzo email con quell’indirizzo presente!

Non voglio procedere oltre comunque, e scoprire se i loro sistemi riescono a reggere a tali utenti, principalmente perché il loro contratto pare pure essere un’aberrazione:

[…].
I liberi professionisti devono essere iscritti ad un Ordine professionale tra quelli indicati nell’elenco visualizzato durante la fase di registrazione, e devono indicare l’appartenenza ad uno di tali Ordini.
[…]

Notate il controsenso “I liberi professisti devono essere iscritti ad un Ordine”, confrontate con la pagina di Wikipedia indicata in precedenza: “Quando si iscrive a un albo professionale, il libero professionista diventa professionista protetto e giuridicamente non è più un libero professionista.”.

Complimenti Poste Italiane, cosa devo farvi? Una statua per riuscire a rendere impossibile una cosa semplice come una registrazione?

Una storia veneziana

Non scrivo spesso in italiano e so che il più delle volte è per lamentarmi, ma uno sfogo di tanto in tanto fa bene direi. Oggi appunto vorrei lamentarmi della società che si occupa della gestione di rifiuti e acquedotto nella maggior parte della provincia di Venezia, compreso dove abito io, ovviamente: Veritas.

Lo scorso ottobre, per una serie di ragioni troppo lunghe da spiegare, ho richiesto il subentro come cliente, prendendo il posto dei miei genitori, a cui erano intestate, separatamente, le bollette di acqua e rifiuti TIA. Ho anche deciso di richiedere contestualmente l’addebito bancario diretto, visto che altrimenti sono le solite opzioni: pagare con bonifico (€1 a colpo) o con bollettino postale (€1.2 e un viaggio fino alle poste che ovviamente sono aperte solo di mattina, o anche di più se si vuole pagare con carta di credito dal sito delle poste, sempre che funzioni).

Ad ogni modo, la richiesta viene presa in carico, e me ne rendo conto quando rientrano i soldi della cauzione pagata da mio nonno (l’originale intestatario della bolletta dell’acqua quando ancora si parlava di Aspiv). Anche dal sito della mia banca noto l’accettazione della domiciliazione bancaria sui pagamenti utenze, quindi vado tranquillo.

La prima bolletta arriva a Marzo, in cui risulta essere domiciliata, anche se mancano i dettagli bancari sulla fattura stessa, ma imputo la cosa a un errore di stampa, e la seconda bolletta pure. Finché un giorno non mi ritrovo una minacciosa lettera da Veritas che mi intima di pagare le due bollette arretrate. Ohibò! Controllo ed effettivamente il pagamento non è mai stato effettuato. Chiamo, la mattina successiva, per scoprire qual’è il problema. “Lei non ha fornito l’IBAN” “Guardi sono abbastanza sicuro di averlo fatto, ho qua la documentazione” “No guardi che se l’avesse fornito l’avremmo inserito quindi non l’ha fornito”.

Dopo aver provato a far capire alla non-proprio-gentile operatrice che se la mia banca mi indica che la domiciliazione è inserita, che il loro stesso sistema non mi fa ricevere i bollettini postali di pagamento, e che le fatture riportano che ho richiesto la domiciliazione, significa che c’è un problema a monte, decido di lasciar perdere e chiedo se può inserire lei l’IBAN per me. No, devo inviare un fax (nel 2010!)… oppure utilizzare lo Sportello Online. Oh bene, almeno qualcosa che funzioni, si spera. Effettivamente dal loro sito risulto mancare l’IBAN; visto che l’IBAN è diventato necessario per le domiciliazioni da non molto mi aspetto che sia un avviso apposito, e compilo il mio IBAN senza dubbi ulteriori.

Finché ieri pomeriggio non mi arriva una nuova fattura di Veritas, che mi fa notare che la precedente fattura non è stata pagata. E ancora una volta riporta la dicitura “_Secondo le disposizioni da Lei impartite, l’importo sarà addebitato salvo buon fine presso:
con codice ABI/CAB /._” . Testuali parole, si è tutto lasciato in bianco.

Oggi chiamo di nuovo, e l’operatrice, un po’ più gentile, ma comunque stizzita quando ripeto che il problema è loro mi fa sapere che comunque a loro non risulta alcuna richiesta di RID da parte mia (e allora perché non ricevo neanche il bollettino? Mah!), e che l’unica cosa che posso fare è scaricare il modulo dal sito (che insiste nel ridarmi due volte anche se le ho ripetuto che stavo guardando lo Sportello Online), e compilarlo comprensivo di documento d’identità, e spedirlo, ovviamente, via fax.

Nel frattempo, ho da pagare due bollette di Veritas tramite bonifico bancario, cosa che mi scoccia già che basta. Perlomeno non sembrano aver inserito interessi di mora per il pagamento in ritardo (perché se fosse successo, in quel caso il fatto che il problema fosse loro non sarebbe decisamente passato in secondo luogo così facilmente).

E tutto questo perché? Perché probabilmente qualche impiegato ha ben voluto ignorare il fatto che esiste l’IBAN e ha compilato la mia pratica con solo ABI e CAB nel momento del subentro, che da un lato è bastato per effettuare la richiesta di domiciliazione, ma dall’altro, essendo la prima fattura stata emessa nel 2010, non era abbastanza per effettuare l’addebito.

Poi il problema è che i giovani italiani non vanno fuori di casa, eh? Chissà come mai.

Un anno e mezzo dopo… odio ancora di più le Poste Italiane

Qualcuno potrebbe ricordarsi che ho un conto aperto con le Poste (e non mi riferisco ad un conto corrente).

Beh oggi hanno sfondato nuovamente la barriera del ridicolo. Su suggerimento di un amico stavo guardando il servizio di Posta Raccomandata Online, per inviare i vari moduli e documenti vari senza dover andare a farmi la coda in posta (cosa decisamente comoda visto che il tempo è decisamente stretto ultimamente). Ma pare che ancora una volta le Poste facciano di tutto per non farsi utilizzare.

Ovviamente se mi registro come privato, non posso avere una fattura per la spedizione, e senza fattura la cosa non è una spesa di lavoro. Saranno anche pochi €3.5 ma mi piacerebbe poterli comunque segnare come spesa di lavoro visto che sono una spesa di lavoro. Quindi provo la registrazione per professionisti e PMI (Piccole Medie Imprese).

Tecnicamente, io sono un professionista; non sono iscritto ad alcun albo professionale, sono un lavoratore autonomo, e non ho iscrizione alla camera di commercio. Quindi scelgo iscrizione come Libero Professionista… ma mi chiede, anzi, mi obbliga, ad indicare l’ordine a cui sono iscritto. Senza avere l’opzione “altro”, “ nessuno” o “autonomo”. Oh bella. Telefonata al commercialista dopo (in fondo lo pagherò per qualcosa no?), e mi suggerisce di provare “Ditta singola”… peccato che là mi chieda il codice di iscrizione REA (registro imprese? camera di commercio? in ogni caso non sono iscritto).

Chiama l’803160… da casa, non dall’ufficio (VoIP) o dal cellulare che altrimenti mi costava un occhio della testa. Al terzo tentativo mi passano un’operatrice, a cui spiego tutto “Ma è sicuro di essere in regola?” … cominciamo bene. Dopodiché decide che è il caso di passarmi l’assistenza tecnica con un numero di pratica. Quaranta minuti di attesa dopo mi ritrovo a parlare con un tipo che non pare essere molto convinto “Ha provato scegliendo “Altro?”” … “Beh ma lei non è almeno un perito?” … “Eh ma allora dovrebbe usare la sezione privati”.

Alla fine mi han suggerito di provare ”PT Business” andando direttamente all’ufficio postale. Solo che significa perdere una mattinata di lavoro all’ufficio postale… per evitare di fare la coda all’ufficio postale.

Cascasse una pannocchia, sì… ma gli attributi cascano di sicuro con loro…

Certo che i politici…

Non mi piace scrivere di politica sul blog, ma capita di farlo di tanto in tanto, principalmente perché spesso e volentieri devo sfogarmi dalla rabbia dovuta, appunto, dai politici italiani. Non faccio mistero di essere un antiberlusconiano, né ho fatto mistero che sono decisamente deluso da buona parte di quella che tutt’ora si dichiara sinistra. Voto, ormai da un pezzo, Italia dei Valori.

Ma anche loro come un po’ tutti i politici italiani sembrano avere un certo distacco dalle persone comuni, e adesso sono arrivato veramente ad un punto in cui mi sento decisamente preso in giro anche da loro.

Il primo problema sono le comunicazioni; anche se non mi sono tesserato, mi sono iscritto alla lista di simpatizzanti; tra le altre cose, questo ha permesso alla segreteria regionale di contattarmi, ora questo non sarebbe un grosso problema, anzi sono spesso e volentieri interessato, il problema è il modo in cui vengo contattato. Si tratta ovviamente al 90% di email HTML, quindi già partiamo male; a volte però le “lettere aperte” del rappresentate regionale o chi per lui… arrivano in formato Word! Ho provato quindi a far capire che non è una Cosa Buona™ scrivendo alla segreteria veneta… nessuna risposta.

A questo si aggiunge il fatto che due dei rappresentanti (regionale e provinciale) hanno ben pensato di iscrivermi agli aggiornamenti via email del proprio blog; ora non è che non sia interessato ai loro blog più che altro per vedere come la pensano (visto e considerato sono le persone che finisco a votare)… quello che mi dà fastidio però è che se voglio leggere il loro blog, lo faccio via feed e soprattutto non voglio ricevere il titolo del post, l’incipit e poi “clicca qui per leggere”; voglio il contenuto intero non voglio perdere tempo! E tra le altre cose la rimozione da entrambe le liste pare essere molto manuale, e non hanno risposto neanche a questa.

Qualche tempo fa ho anche provato a contattare un po’ chiunque nella scala gerarchica, dal riferimento dei giovani della provincia (che abita a 10km da casa mia e ha frequentato le mie stesse scuole medie, nello stesso periodo pure) al segretario (Di Pietro), in relazione allo spreco del Comune di Venezia con Iris ma non ho ricevuto alcuna risposta. Non che me ne attendessi dagli alti ranghi, ma almeno dalla responsabile dei giovani mi aspettavo una risposta!

E proprio qui comincia a cascarmi gran parte del palco; non ho troppo tempo per fare l’attivista anche se in parte mi piacerebbe, visto che vorrei del cambiamento in questo dannato Paese a volte. Ma quando ritrovi una responsabile che, usando Hotmail per inviare le comunicazioni, lascia il CC in chiaro (e può anche andar bene da un lato, non troppo ma un po’), e manda richieste di amicizia su facebook a caso, lascia anche un po’ a desiderare… quando poi pur non avendo mai risposto alla mia mail finisce per mandarmi una richiesta di aggiunta su Skype allora veramente comincio a pensare che non abbia decisamente idea di quel che sta facendo col computer e Internet.

Forse sto pretendendo troppo, ma visto che le idee del partito in sé non mi dispiacciono, è troppo sperare che comincino a capire come funziona Internet? Almeno i giovani? A momenti mia madre sa usare meglio questi strumenti!

Pubbliche Amministrazioni e Software Libero — Un caso pratico

Avevo promesso di scrivere a riguardo ancora il mese scorso; poi tra una cosa e l’altra mi è passato di mente, il tempo è quel che è, e non l’ho più fatto. Ieri sera ho assistito ad uno spettacolo di Marco Travaglio (la prima volta che riesco a vederlo con i miei occhi), e mi ha ridato la voglia di scrivere a riguardo.

Anche se si tratta di una faccenda politicizzata, non ho intenzione di tirare in ballo politici e partiti in questo momento; voglio solo mostrare come, agli occhi di un semplice programmatore, alcune nostre pubbliche amministrazioni stiano sprecando soldi, o perlomeno non utilizzandoli abbastanza per il bene comune. Come sempre, quando si parla di pubbliche amministrazioni e interessi, so che qualcuno se la prenderà; sinceramente non me ne importa. Quello di cui vado a parlare è un semplice caso di buon senso, di un’idea che non è né di sinistra né di destra; perché ormai non sono più di nessuno schieramento, o meglio non esiste più uno schieramento del buon senso in cui possa rispecchiarmi.

Nota: poiché questo post, spero, sarà letto da persone che non hanno grossa esperienza informatica, vorrei prima di tutto che leggesse cos’è il Software Libero prima di continuare con questo post.

Dopo questo decisamente lungo preambolo entriamo nel merito di questo post. Più o meno un anno fa, il Comune di Venezia (dove abito) ha inaugurato su larga scala un sistema per la segnalazione di problemi territoriali, chiamato IRIS (e visto che chi l’ha scritto probabilmente trova Google molto trendy, è “beta”), e realizzato dalla società (per azioni) Venis che si occupa di praticamente l’intero settore informatico del Comune. L’idea di fondo di IRIS è decisamente interessante: permettere ai cittadini di segnalare i problemi, pure con prove fotografiche, in modo da sapere dove è necessario agire; ho avuto qualche riserva quando ho saputo che la “prova su strada” (scusate il gioco di parole) di questo software è stata fatta al Lido, dove di strade ce ne sono veramente poche, prima di attivarla a Mestre, che è un cantiere aperto e che quindi è piena di problemi del genere, ma tralasciamo.

Ovviamente con questa premessa, appena mi è arrivata per posta l’indicazione che IRIS era attivo nella mia zona, ho deciso di riportare una certa discarica (che nel frattempo sta venendo molto lentamente smantellata — non grazie ad IRIS però)… non so se sia un caso di deformazione professionale, ma già al mio primo tentativo di usare il software ho trovato un bug: l’IP registrato come IP di segnalazione è un indirizzo IP interno, perché il server su cui gira IRIS è dietro ad una NAT inversa. La lettera che mi era arrivata diceva chiaramente che per ogni tipo di informazione o problema avrei dovuto chiamare una fantomatica “IRIS Room” (dal lato tecnico non significa nulla, ma dà una buona indicazione di quanto l’amministrazione comunale ha deciso di giocare questo su un piano più mediatico che pratico, a mio avviso)… in realtà il numero di telefono è semplicemente del municipio di Zelarino (dove abito); ho pure riconosciuto la signora che ha risposto perché era pure il periodo in cui entravo e uscivo dall’anagrafe per ufficializzare il mio cambio di nome; poiché là non avevano la minima idea di cosa stessi parlando, mi hanno fornito il numero dell’ufficio di Venis addetto ad IRIS (che, a quanto ne so io, non dovrei avere!); purtroppo il responsabile non era neanche in ufficio quindi hanno solo “preso nota” (avevo chiesto di essere informato alla risoluzione, non ho più sentito nessuno).

Spero che chi ha iniziato a leggere questo post sia ancora con me a questo punto, mi sono dilungato a parlare della mia esperienza perché questo tornerà in gioco fra poco; parliamo ora però dell’aspetto più tecnico e filosofico della cosa. IRIS è scritto con tecnologie Microsoft: ASP (non mi pare neppure .NET), VirtualEarth, e quindi sicuramente Windows Server e IIS. Si poteva fare la stessa cosa con tecnologie aperte e libere? Fino ad un certo punto sì, nel senso che tra VirtualEarth e Google Maps il passo non è enorme, entrambe sono tecnologie proprietarie, ma sicuramente si poteva evitare il grosso di software proprietario dovuto a Windows Server, IIS e ASP. Il software stesso è software proprietario, e infatti riporta “© 2008-2009 Comune di Venezia – Tutti i diritti riservati”.

Ora portare la faccenda da un punto di vista totalmente filosofico, dire che il Comune non dovrebbe usare software proprietario a priori perché è Male, è molto semplice; ed è altrettanto triviale controbattere che il Comune non dovrebbe fare queste scelte da un punto di vista strettamente filosofico e che dovrebbe piuttosto considerare le cose da un punto di vista tecnico e pratico. Per queste ragioni, non ho intenzione di parlare del punto di vista filosofico, ma invece di prendere in considerazione proprio il punto di vista tecnico, pratico e soprattutto economico, quest’ultimo punto di vista decisamente importante in un’Italia le cui amministrazioni si lamentano continuamente (giustamente o meno).

Non conosco, e non ho tempo da investire per investigare, le relazioni tra Venis e il Comune, e tra Venis e Microsoft; non lavoro per nessuno dei due né ho contatto diretto con i loro dipendenti. A quanto mi pare di capire, però, Venis si occupa del Comune come cliente unico, e quindi mi aspetterei che, piuttosto che lavorare per un profitto assoluto, lavori per fornire al Comune il miglior risultato al miglior prezzo, se così non fosse, non capisco per quale ragione il Comune debba affidarsi a loro. L’uso di software proprietario e di lock-ins viene solitamente accettato come un male necessario per la maggior parte delle aziende che rivendono software, ma se Venis si occupa di fornire servizi e infrastruttura al Comune non vedo dove sia il problema di avere un vantaggio nascondendo il proprio lavoro.

In particolare, non vedo nessun uso pratico commerciale del software dietro ad IRIS; oltre al fatto che si tratta di un software che non vedo estremamente difficile da reimplementare usando un qualsiasi linguaggio libero e Google Maps, ha senso solo per amministrazioni locali per la gestione dei problemi territoriali, e ben poco altro. Per quale ragione tenere segreto questo software? Sinceramente non ne vedo alcuna, se non qualche problema di “proprietà intellettuale” in caso di contratti con Microsoft (non sto dicendo esistano, come dicevo non so quali siano le relazioni con Microsoft in questo progetto, possono benissimo non aver niente a che fare con tutto ciò!).

Ora qual’è il problema ad avere questa applicazione come software proprietario anziché libero? Beh cominciamo dalla mia esperienza che ho riportato: se i sorgenti del software fossero stati disponibili, avrei potuto tranquillamente prendere, identificare il problema, creare una patch (una modifica ai sorgenti) e contattare Venis con la soluzione, o perlomeno con un’analisi del problema; ovviamente tutto questo senza chiedere loro dieci lire (o mezzo centesimo). Invece l’unica cosa che ho potuto fare è stato riportar loro che c’era un problema, senza poter dire dove e senza poter proporre una soluzione; non so se poi effettivamente i responsabili abbiano “perso” tempo risolvendolo o abbiano ignorato totalmente la mia segnalazione.

C’è poi un’altra situazione più interessante; visto che l’idea alla base di IRIS è decisamente interessante, ipoteticamente il comune di Roncofritto potrebbe voler implementare la stessa cosa; cosa deve fare? Contattare il Comune di Venezia? Venis? Dovrebbero pagare per avere il software? Quanti soldi in licenze Microsoft dovrebbero sborsare? Purtroppo il mio lavoro è quello del programmatore e non del giornalista investigativo, e il sito di IRIS non fornisce alcuna indicazione a riguardo di tutto questo. Sicuramente se IRIS fosse stato Software Libero, Roncofritto avrebbe potuto prendere i sorgenti e impostare a sua volta il suo sistema, eventualmente ritornando a Venis modifiche e miglioramenti, come sempre accade nel Software Libero in tutto il mondo… Già sento persone ribattere che comunque c’è bisogno di qualcuno che sappia gestire la cosa; in effetti dipende se Roncofritto ha già un suo omologo per Venis a cui affidare la gestione della cosa o meno… in quest’ultimo caso, potrebbero sempre contattare Venis stessa, direi; ma almeno avrebbero una scelta, e potrebbero cercare l’offerta più vantaggiosa, gli appalti non esistono per prendere mazzette, esistono per far risparmiare i soldi di tutti!

Ora posso accettare critiche che indichino che ho semplificato troppo; sono sicuro che la burocrazia che esiste nelle pubbliche amministrazioni, nei rapporti tra Venis e il Comune di Venezia, nei sistemi di licenza Microsoft, rende tutto questo più complicato. Sono anche sicuro che, ad oggi, la quantità di persone che possono effettivamente fare uso dei sorgenti di un software come IRIS è decisamente limitata. Queste non sono buone ragioni per tenere i sorgenti nascosti!

Una risposta probabilmente comune alla situazione che ho indicato sopra, specie nelle zone a me limitrofe, conoscendo la mentalità chiusa di fin troppe persone, sarà sulla linea di protestare che il Comune di Venezia ha speso soldi per implementare IRIS e che Roncofritto non dovrebbe poter far uso dello stesso software senza spendere gli stessi soldi. Trovo questa risposta decisamente retrograda e soprattutto illogica. I soldi di tasse pagati al comune sono soldi della collettività: se i soldi investiti da un Comune abbastanza grande come quello di Venezia possono far risparmiare soldi ad altri enti locali di qualsiasi tipo, non c’è ragione per fermarli; dopo tutto non aumentano i costi per il Comune. In particolare, troverei decisamente utile se tutti gli enti locali decidessero di lavorare assieme per fare le cose; non ha senso che “Comune che vai, sistema che trovi”: i requisiti tra Comuni sono decisamente simili, per quale motivo dovrebbero avere fornitori diversi?

Okay credo di essermi dilungato abbastanza, e probabilmente ho sforato parecchio dalla mia area di conoscenza; se qualcuno, con esperienza diretta con istituzioni, enti locali, comuni o Venis volesse correggermi o precisare qualcosa, ne sono lieto. Quel che spero è che chi dovrà prima o poi andare a decidere su queste cose, pensi un poco a informarsi e veda cosa fare per fare il miglior uso del denaro che noi tutti paghiamo. Anche se in Italia, sinceramente, ci conto tristemente poco.

Come la “sinistra” italiana perde il contatto con la realtà

Ho aspettato che passassero le giornate elettorali per lamentarmi pubblicamente di alcune cose che mi danno decisamente fastidio della politica locale, ma che rispecchiano in buona parte il resto della politica italiana. Visto che oggi è Lunedì, e le urne sono chiuse, vorrei iniziare da qualcosa di decisamente minuscolo nel totale, ma che fa bene da esempio.

Guardate questa scansione presa da una delle lettere di campagna elettorale di un candidato (che non nominerò), del Partito Democratico (indi le molte virgolette su “sinistra”) per le Provinciali nella nostra circoscrizione.

La prima cosa di cui va a “vantarsi” è la costruzione di 62 nuove rotatorie nella sola provincia di Venezia; per chi non lo sapesse, a Venezia centro storico non è possibile costruire rotatorie (visto che non ci sono strade!) quindi si tratta decisamente di un fenomeno della terraferma.

Ora, le rotatorie sono sicuramente più sicure di normali incroci e possono gestire il traffico meglio di semafori a timer, però bisogna considerare una cosa. Il candidato a cui nome è inviata questa lettera fa notare anche di essere stato parte del Consiglio di Quartiere (prima che istituissero la Municipalità) di Zelarino/Chirignago dove abito. Se avesse un minimo di contatto con la realtà delle persone che qua ci abitano, l’ultima cosa di cui andrebbe a vantarsi sono le rotatorie.

Perché? Perché per arrivare da casa mia al più vicino Mediaworld, che in linea d’aria saranno 6km a farla grande, devo passare sette rotatorie. E se decidessi di tornare indietro facendo una strada diversa, ne passerei comunque sei. Sicuro, non ho la patente quindi non ho un’idea precisa di quanto fastidiose siano, ma le maledizioni tirate da chiunque guidi quando sono in macchina da queste parti per via della quantità di giri da fare, beh, sono abbastanza esplicite.

Di 62 rotatorie della provincia di Venezia di cui si vanta, ad occhio almeno 15 sono solo nella nostra municipalità (sì perché non fa comune e non sto contando Mestre, Marghera o altre zone che fanno parte del Comune di Venezia; e comunque sarebbe una piccola parte della provincia!).

Ora, potrei sbagliarmi su numeri e tempi; può essere che conti solo una parte di quelle che sono qui intorno perché sono state costruite fuori degli ultimi cinque anni, ma il senso generale è che la gente che abita qui probabilmente ha un certo odio per le rotatorie visto che non può andare da nessuna parte senza beccarne almeno un paio. E visto che la lettera è indirizzata, col nome di questo candidato perlomeno, solo alla gente di Zelarino… pare essere il miglior metodo per perdere voti.

E via via che la politica diventa di livello più alto, via via i politici paiono perdere il senso della realtà. Complimenti davvero.

P.S.: se non si era capito non voto PD, non voto ovviamente neanche per il beneodiato Presidente del Consiglio. Il mio voto è orientato verso Italia dei Valori e non ne faccio un mistero. Anche se devo dire ho un certo problema anche con loro, per esempio il fatto che insistano nel mandare le comunicazioni in formato Microsoft Word anziché in PDF per esempio. Ma a questo arriverò in un altro momento.

P.P.S.: no, non me ne frega niente di commenti sul mio orientamento politico, potete tenerveli; posso cancellarli pure, se sono infiammatori. Sono benvenuti commenti che dimostrino ulteriormente la perdita di contatto con la realtà…